
Duemilacinquecento metri di altezza. Sotto di me solo colori. Sono proprio belli i colori da quassù: verde, arancione, blu, sfumature di natura che mi sembra di non riuscire a distinguere più tanto bene. Forse sono solo io che comincio ad avere la vista offuscata, sarà l’adrenalina, sarà questa fottutissima paura di perdere il controllo, sarà la mia voglia di tornare a sognare o sarà che ormai non distinguo più quello che mi passa per la testa.
Mi chiedo cosa mi sia venuto in mente. La decisione più azzeccata degli ultimi tempi? O un azzardatissimo passo falso?
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Tutto cominciò una mattina di un mesetto fa, continuavo a rigirarmi nel letto con movimenti scomposti, avevo passato la notte in bianco. Da un paio di mesi, la mia mente era come un flipper fuori controllo e i pensieri erano le sfere che sfrecciavano, come ingovernabili mine, su un campo di battaglia deserto.
Sdraiato con la faccia schiacciata sul cuscino, cominciai a stilare un bilancio confuso degli ultimi anni e più cercavo di mettere in ordine le colonne del mio file excel celebrale, più il caos prendeva il sopravvento. L’unica era alzarsi. Uscii sul pianerottolo, presi le scale e una volta in cima spinsi il maniglione, l’ uscita di sicurezza antipanico per la mia testa. Mi sentii in salvo solo appena mi trovai sulla terrazza condominiale.
Respirai profondamente. Guardai giù. Decimo piano. Sotto il cielo nuvoloso la solita strada rumorosa, un capogiro improvviso. Non ero in salvo? Persi l’equilibrio cadendo in avanti, vidi sfocato l’ asfalto della strada trenta metri più sotto, prima che le mie mani trovassero la balaustra aggrappandovicisi. Osservai il mio corpo riverso a terra, in strada, come se fossi precipitato e stessi guardando la scena dall’alto.
Percepivo la paura, morire senza aver mai avuto il coraggio di provare ad essere me stesso.
Da piccolo erano i miei genitori a scegliere i miei vestiti. Da più grande, quando ho iniziato a farlo da solo, hanno cominciato a cucirmi addosso le loro aspettative, cosicché io potessi continuare ad apparire per come loro mi volevano, indossando i panni del figlio che si erano immaginati sarei diventato.
-“Dovrai essere brillante negli studi, dovrai trovare un buon lavoro, trovare una brava ragazza con una buona genetica, sposarla, comprare una casa, darci dei nipoti, iscriverli nelle migliori scuole, poter permettere a te e alla tua famiglia due viaggi all’ anno”-, è il minimo indispensabile in fondo.
Forse è proprio questo che mi fa paura, questa fotografia da famiglia del Mulino Bianco, questo trailer precostituito della mia vita. Non sono state poche le volte in cui ho cercato di ribellarmi a questo schema: con qualche eccesso, pagandone il prezzo, con qualche scelta veramente mia.
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Tremila metri. Mentre l’aereo prende quota mi pento di non essere rimasto a terra, maledetto questo mio vizio di affrontare così le mie paure, ma non potevo semplicemente accendere Netflix e rilassarmi? Invece no: mi ritrovo su un aeroplano, esaltato e pieno di adrenalina, mentre l’istruttore mi spiega la procedura che adotteremo tra qualche minuto, quando ci butteremo nel vuoto.
Nell’agitazione cerco di memorizzare tutte quelle informazioni nel minor tempo possibile, un fiume di parole che mi sembrano impossibili da ricordare.
Ho le mani sudate, sento la paura e l’ eccitazione crescere allo stesso tempo, come se saltare giù da questo aereo fosse il mio biglietto di sola andata verso qualcosa di diverso.
Ma che poi… Voglio davvero essere diverso? In fondo dopo anni sto ancora indossando quel costume, quelle aspettative ormai le ho cucite sulla pelle. Se non ci fosse niente di diverso laggiù? Se rischiare fosse solo una grandissima illusione? Se la mia pelle bruciasse all’ impatto?
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Dal decimo piano, ancora pervaso dalla paura, continuavo a fissare l’immagine della mia sagoma sul marciapiede , sotto, nella strada.
“Ahi”
Una molletta si era sganciata dai fili del bucato appena sopra di me e mi era caduta in testa.
Ho alzato lo sguardo appena stordito, sopra di me il cielo.
Il sole opaco di una mattina di primavera, un venticello leggero e poi le rondini. Mi sono sempre chiesto come debba sembrare la realtà dal loro punto di vista, dall’alto.
Ho preso il telefono ignorando una decina di messaggi sul display, ho aperto google e ho digitato “imparare a volare”.
Mi è sembrata la decisione più azzeccata.
In poco meno di quindici minuti mi ritrovai un messaggio che recitava:
“Skydive Explore: grazie per la tua prenotazione, non vediamo l’ora di volare con te”.
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Ci siamo. Abbiamo raggiunto la quota di tremiladuecento metri. Il portellone si apre e mi agganciano come un salame a quello che spero sia il mio angelo custode che mi porterà a terra sano e salvo. Ora più che una rondine mi sento un cotechino.
Mi sporgo, guardo giù, si vede persino il mare, chissà se oggi sarà l’ultimo giorno della mia vita. Mi viene da vomitare.
Countdown. -” Tre”- , duecento battiti al minuto, nemmeno durante l’ ultima lezione di crossfit avevo sentito cuore e testa pulsarmi in questo modo. -“Due”-, trecento battiti al minuto, la pressione dell’ aria sembra che risucchi i miei pensieri a velocità di crociera. -“Uno”-, non penso più neanche ai battiti, cerco di delineare i confini di questa follia, ma sono proprio i confini che non sono visibili da qui.
-“Via”-
Chiudo gli occhi e mi viene da ripensare alla molletta del bucato sulla mia testa
-“Aih”-
Forse non sono morto e forse per la prima volta mi sento vivo.
Sto proprio volando. Non esistono confini. Non ho più paura.
Grido, è liberatorio.
Da qui tutto è chiaro. E’ buffo, tutta una questione di prospettive e di mollette che piovono dal cielo.
Una mia amica lo fa regolarmente e per lei è diventata quasi una droga ! Ammiro chiunque abbia questo coraggio io svengo al solo pensiero 🙂
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