Gusto limone

Oggi finalmente è il giorno.

Dopo mesi di lavoro, presento al board europeo la strategia per lanciare il nuovo software a cui ho lavorato duramente.

Prima di fare il mio ingresso trionfale nella tana dei leoni, decido di fermarmi in caffetteria.

Non mi ci fermo spesso, è sempre troppo affollata a quest’ora, ordino il mio solito caffé doppio.

Mentre lo bevo mi piace gustarne l’aroma e guardarmi intorno.

Mi piace osservare certi personaggi proprio buffi che a volte capita di vedere, ma oggi non posso permettermi di perdere tempo quindi mi giro velocemente verso la cassa per pagare.

Con il mio passo sicuro trovo un passaggio in mezzo alla ressa per raggiungere la coda per la cassa, mi getto per conquistare la posizione ma finisco addosso ad un altro contendente che nell’ impatto rischia di farmi ruzzolare.

Occhi neri, carnagione scura, ben vestito, mai visto prima. – Bel tipo -, commento subito tra me e me, mi sorride ed il mio stomaco comincia a contorcersi mentre il cuore comincia a battermi all’ impazzata come fossi sulle montagne russe.

Ancora abbagliata da quel bianco smagliante dei suoi denti guardo le sue mani, nella destra regge un pacchetto di caramelle.

Qualcosa nella mia mente riaffiora da ricordi lontani e faccio un tuffo negli abissi della mia memoria, un “tuffo” di circa vent’anni.

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Ero in terza media, il primo giorno dopo le vacanze estive.

Durante l’intervallo mi trovavo fuori dalla classe 3°D, è bastato un istante a farmi innamorare.

Era un ragazzo nuovo, bellissimo.

Mi ci è voluto poco a scoprire che prendeva la linea 13 per tornare a casa.

Dopo l’ultima ora di educazione tecnica, uscita da scuola, mi trovai “casualmente” alla sua stessa pensilina, nonostante ciò comportasse venti minuti in più di bus per tornare a casa rispetto al mio percorso abituale con il 59.

Ormai erano passate tre settimane e mia mamma proprio non si spiegava perché ci impiegassi così tanto per rientrare dopo la scuola.

Quei venti minuti in più erano diventati il senso di tutte le mie giornate. Piano piano avevamo cominciato a parlare, a ridere e a prendere in giro la preside della scuola.

Venti minuti di paradiso quotidiano, che in poco, divennero messaggini, squilli e farfalle nello stomaco.

Un giorno, dissi a mia madre che sarei andata a pranzo da Matilde dopo la scuola, era il nostro primo vero appuntamento e lui mi aspettava ai giardini dietro la scuola.

Era seduto su una panchina, mi salutò da lontano.

Aveva l’ aria sicura di sè, io invece, più mi avvicinavo e più la mia gola si faceva secca, non avevo una sola goccia di saliva da ingoiare per contrastare l’effetto.

Quasi tutte le mie amiche avevano già infilato la lingua in diverse bocche, – Non si può arrivare al liceo senza aver dato il primo bacio-. Questo deserto del Sahara nella mia bocca ora però era decisamente un problema.

Misi le mani nello zaino alla ricerca di un alleato: dell’ acqua, una bibita avanzata…

Niente.

Continuando a tastare a casaccio disperatamente nello zaino, mentre ero ormai a pochi passi da lui, mi trovai in mano una caramella al limone.

Era troppo gommosa e sicuramente molto vecchia ma aveva il sapore della salvezza.

-Ok, sono pronta-

Non dimenticherò mai quel primo bacio agrodolce. Quella sensazione di invincibilità e di sicurezza in me stessa. Forse è proprio questo che ti fa sentire l’amore, pensai.

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“Prego, prima tu”

 La mia testa torna qui al bar.

Lui mi fissa con aria perplessa, mi sono assentata per qualche secondo e probabilmente le mie labbra sono semiaperte e sorridono, devo sembrare un po’ sciocca.

Passa sempre la stessa gente nella caffetteria di questa azienda, ma lui proprio non l’avevo mai visto, dev’essere sicuramente un nuovo assunto.  Lascio che faccia il galante, passo avanti, gli sorrido e commentiamo al volo la poca simpatia del barista alla cassa.

Andiamo nella stessa direzione, camminiamo fianco a fianco verso gli ascensori mentre faccio finta di ascoltare le parole che escono dalla sua bocca, quando in realtà sono rimasta ferma sul suo primo sorriso.

Quando premo il pulsante del piano la mia testa torna però sulla presentazione e mi ricordo di essere agitata, così se ne ricorda anche la mia gola, che, come al solito, mi si secca in meno di un secondo. Do un paio di colpi di tosse nella speranza di migliorare la situazione.

Spero che l’ascensore si blocchi, ma troppo in fretta lo sento sobbalzare e fermarsi al quinto.  

“Comunque mi chiamo Andrea, sono nuovo, sto nella divisione del settimo, magari ci si vede al prossimo giro”

Mentre le porte si aprono decido di sussurrargli il mio nome con la speranza di mostrarmi intrigante, ma al posto di un suono sexy esce un altro colpetto di tosse, buffo e stonato.

Prima piccola catastrofe, penso, non mi rimane che uscire senza voltarmi per non rendermi ulteriormente ridicola.

Ho quasi messo il piede sinistro fuori da questo imbarazzo, ma lui allunga una mano verso di me e noto che all’interno stringe qualcosa.

“Prendi una caramella, magari ti aiuta con quella tosse”

Le porte si chiudono, l’ascensore riparte. Rimango qualche secondo ferma con la caramella in mano, seguo il consiglio, la scarto e comincio a succhiarla.

E’ al limone.  Ho di nuovo quattordici anni, forse dovrei averli più spesso.

Con questo retrogusto sulla lingua faccio un respiro profondo e senza timore mi incammino verso la sala delle presentazioni.

Andrea, credo proprio che passerò più spesso dalla caffetteria a quest’ora.

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