
Un metro e quaranta di profondità, un metro e dieci di larghezza, due metri e qualcosa di altezza e uno specchio sporco, ecco il ritratto della mia prigione.
Sono rinchiusa qui da circa quindici minuti. I primi cinque, dopo aver premuto il tasto d’emergenza e aver parlato con la ditta di riparazione, li ho passati tra il cercare maledettamente di comporre numeri a caso e scorrere il feed di Instagram, come se potesse aiutarmi in qualche modo ad uscire da questa maledetta gabbia.
21 marzo, è il primo giorno di primavera, me lo ha ricordato Alexa stamattina. Era decisamente una giornata come le altre, un po’ noiosa forse, come tutte le mattine mi sono lavata, mi sono vestita, ho bevuto il mio caffè con due fette biscottate e un velo di marmellata di fichi, ho infilato il mio paio di scarpe scomodissime ma maledettamente belle e sono uscita di casa. Con l’unico obiettivo di percorrere la stessa strada di tutte le mattine, fermarmi agli stessi incroci, scrutare le stesse espressioni tra i finestrini di auto esauste e piene di rimpianti, e rimettere in moto il ciclo continuo della mia vita che si ripete, come un ritornello pop di una canzone estiva, tutti i giorni, sempre allo stesso modo, allo stesso ritmo, allo stesso volume.
Stamattina però è diverso, sono entrata in ascensore ignara di tutto, un po’ superficiale, e non mi sono soffermata neanche sullo specchio, perché a dire la verità è da molto che non mi guardo davvero.
Un sobbalzo, due, tre, ci ho messo un attimo per capire che questi rumori non erano compresi nel pentagramma della mia melodia quotidiana, allora ho immediatamente distolto l’attenzione dall’ipnotico schermo del mio cellulare per ascoltare il rumore che in qualche modo stava disturbando le frequenze della mia giornata.
Non mi era mai capitato di trovarmi bloccata in uno spazio così piccolo e non sono mai stata neanche particolarmente claustrofobica, ma dopo quindici minuti, sola, senza la possibilità di comunicare a nessuno la mia disavventura mattutina, comincio davvero ad innervosirmi…e soprattutto il collo comincia a produrre qualche gocciolina di sudore.
Per non ritrovarmi con una massa di capelli crespi e indomabili, ed evitare di essere liberata con l’aspetto di un porcospino spaventato, decido di legarli, anche perché la ditta di riparazione mi comunica dall’interfono dell’allarme che ci vorranno ancora venti maledettissimi minuti prima di potermi tirare fuori di qui.
Non chiedo molto, solo di riprendere il mio solito movimento quotidiano, non sono abituata a suoni diversi, questi che sento sono battiti stonati che non riesco a riconoscere, comincia a salirmi una sensazione strana, un mix tra fastidio e rabbia.
Mi giro verso lo specchio per provare a non fare un disastro con questo elastico, è un po’ sporco, ma riesco a guardarmi. Rimango ferma sulla mia immagine per qualche secondo, la mia pelle mi sembra un po’ grigia, ho un accenno di occhiaie sotto gli occhi e le mie gote hanno perso un po’ di vigore rispetto a qualche anno fa. Sono leggermente dimagrita, ho sempre avuto delle fossette meravigliose sulle guance che mi hanno permesso di fare innamorare tantissimi poveri malcapitati, però ora, guardandomi bene così da vicino, mi accorgo che anche loro si sono nascoste da qualche parte.
Passo almeno due ore davanti allo specchio tutti i giorni, ma non mi ero mai resa conto di questi piccoli dettagli, quasi non riconosco la mia immagine riflessa e mi sembra di trovarmi davanti ad una sconosciuta.
“Chi sono?” – non riesco a spegnere questa voce e non capisco se sia la testa o l’anima a parlarmi.
Sarà la mancanza d’aria, il senso di impotenza, il nervosismo per essere in ritardo, la temperatura che sento sempre più alta e il battito cardiaco accelerato, ma davvero è la prima volta che mi accorgo di avere la vista offuscata, tanto da non permettermi di riconoscere quel viso, quello sguardo, che ho sempre avuto e che ho sempre pensato di conoscere così bene.
Sono quasi infastidita da questa nuova scoperta, come se in qualche modo fosse un affronto a tutto quello che ho costruito in questi anni. Mi giro dall’altra parte, al diavolo anche i capelli, la prima reazione è di rifiuto.
Lo stomaco si è chiuso, sono arrabbiata, guardo l’orologio, il tempo scorre lento e mi sono appena accorta di essere bloccata con un’estranea che non riesco neanche a distinguere davanti ad un comunissimo specchio.
Voglio uscire di qui. Sono sicura che una volta fuori riavrò indietro la vista che mi sembra di aver perso e riprenderò a vivere la mia giornata come se non fosse mai successo niente.
Eppure, davvero non riesco a spegnere questa fastidiosissima voce, che sembra adesso gridare con tutta sé stessa.
“Chi sono?” – si ripete una volta dopo l’altra, come un mantra buddhista.
Forse sto diventando pazza, ma devo far qualcosa per questo rumore assordante o andrà a finire che mi verrà anche un grosso mal di testa.
Decido di affrontarmi, non ho altra scelta. Mi rigiro verso lo specchio e sono io a fare una domanda all’estranea che ho di fronte: “dimmi tu chi sei?”
Ricomincio ad osservarmi, i secondi passano, più mi guardo più comincio a provare un leggero senso di nausea. Posso quasi sentire lo specchio rispondermi, mi dice chiaramente che quella persona sono proprio io. Chissà da quanto tempo ho questo aspetto, non me ne ero mai accorta.
Non mi piaccio, avevo un ricordo di me molto diverso: ambizioni, passioni, amore, felicità, ma ora negli occhi davanti a me vedo solo stress, stanchezza, rabbia e tanta paura.
Stamattina non ero pronta ad affrontare una simile scoperta e scoppio a piangere, ogni lacrima che cade sulla guancia porta una nuova consapevolezza, e sembra anche sussurrarmi delle parole all’orecchio.
Non ti piace il tuo lavoro.
Non ti prendi cura di te stessa.
Hai paura di amare fino in fondo.
Non hai il coraggio di fare delle scelte.
Sono queste le tracce che lasciano sulla mia pelle, insieme ai segni del mascara che ormai si è mischiato a questo disastro.
Prendo il mio cellulare, mi scatto un selfie, sono orribile, ma voglio documentare questo momento.
Sono distrutta, mi sento sola, vorrei solo abbracciare qualcuno e dimenticarmi di tutto, ma non credo sarà possibile.
Non mi riconosco, è vero, ma è il momento di fare i conti con questa nuova me.
Una voce mi riporta in questo ascensore e mi avvisa che tra qualche minuto mi tireranno fuori di qui.
Improvvisamente ho quasi paura ad uscire, come se una volta varcata questa porta il mondo intorno a me non sarà più lo stesso, la melodia a cui ero abituata non suonerà più e dovrò lavorare molto per riscriverne una nuova.
Mi giro per l’ultima volta verso lo specchio, il trucco ormai si è sciolto su tutto il viso, mi stringo i capelli forte dentro questo elastico e mi rimbocco le maniche di questa camicetta. Le lacrime si trasformano in un piccolo sorriso e mi sembra persino di rivedere una di quelle fossette molto sexy.
Le porte dell’ascensore si aprono e timidamente metto un piede fuori, mi sento spaesata, come se fossi stata chiusa qui dentro per anni, invece sono passati solo trentacinque minuti.
Prendo il telefono e scrivo al mio capo comunicandogli che avrò bisogno di prendermi qualche giorno di pausa, dico di non sentirmi molto bene, ma la verità è che ho una nuova orchestra da istruire e della musica da riscrivere.
Sono pronta.
Fiato sospeso dietro al racconto, che sale, fino alla sorprendente domanda centrale; che poi scende in profondità, verso un’ipotetica verità. Divertente e formativo, un rischio di tragedia risolto in scioltezza
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