Come due fari nel buio

F.

Cinquantatre giorni, sono passati già cinquantatre giorni.

Come tutti, sono rimasto bloccato in questa dimensione strana, ho messo in pausa la mia vita e forse, inconsapevolmente, ho cominciato a tirare qualche somma.

“Dove sono?” – mi sembra una domanda giusta per iniziare, continuo a farla rimbalzare nella mia testa mentre cammino per le strade di Milano per andare in ufficio.

“Andare in ufficio” suona strano anche a dirlo.

La parvenza di normalità che sto provando mi sembra strana da digerire, ho sempre abbracciato con leggerezza la mia routine, il mio lavoro, il mio ufficio che si affaccia sulla strada, i luoghi meneghini che mi hanno adottato, il baretto in centro che mi regala spensieratezza, quel posto che sento mio.

E poi ci sono le donne, alcune relazioni occasionali, che mi lasciano qualcosa, a volte no, mi danno una scarica di adrenalina che hanno sempre contribuito a farmi sentire vivo.

Mentre cammino mi rendo conto che qualcosa è cambiato, forse è stata la solitudine, la malinconia dei tramonti di casa, la consapevolezza che niente tornerà come prima e anche un sano desiderio di cambiamento. Mi domando se non siano solamente deliri della mia testa, ci penserò su, forse ho solo bisogno di un segno.

Arrivo alla scrivania, accendo il pc, e apro la finestra per far entrare un po’ di brezza primaverile. Comincio ad appoggiare le dita sui tasti del pc, quasi dimenticandomi di tutti i miei discorsi mentali di poco prima.  Se non fosse per questa mascherina, giurerei che sia un giorno come gli altri.

Alzo la testa per riposare un po’ gli occhi e comincio a guardare fuori. No, mi accorgo subito che non è un giorno come gli altri, sembrano tutti impauriti di uscire di casa, tutti mascherati, sembrano tristi, forse non lo sono, forse sono solo straniti, in qualche modo mi ci riconosco anche io.

Ruoto gli occhi a destra e a sinistra per familiarizzare di nuovo con questo mondo, ma all’improvviso, a destra, una luce.  Sono quasi abbagliato, cerco di focalizzare meglio. Riesco a distinguere due fari, inaspettatamente magnetici, due lapislazzuli blu che sembrano direzionarsi verso la mia finestra.

E tu chi sei?, ho troppe domande e poche certezze, ma devo conoscerti.

Mi precipito giù per le scale, sono quasi affannato e per sembrare più naturale mi accendo una sigaretta, quasi come fossi lì per caso.

Cammini davanti a me, c’è un mondo dietro quegli occhi e io continuo ad essere totalmente catturato. Mi passi davanti, non ruoti lo sguardo nella mia direzione, facendomi sentire improvvisamente deluso e anche leggermente sciocco.  Poi ti giri, forse hai sbagliato strada, non riesco a smettere di guardarti e finalmente te ne accorgi.

I nostri occhi si incrociano e la mia bocca rimane asciutta.  Non posso vedere la curva delle tue labbra, ma mi immagino che tu stia sorridendo.  

Giri l’angolo e sparisci tra i palazzi, rimango fermo ancora qualche secondo, sono confuso ed eccitato allo stesso tempo, proprio come gli attimi che precedono una decisione importante.

Forse è un segno, il mio segno.

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A.

Cinquantatre giorni dopo. Passeggiare per le vie di Milano mi sembra una grande conquista.

Devo ricominciare ad andare a correre, penso, riuscirò ad essere più lucida su quello che sto investendo, sui miei progetti, i miei sogni, il mio amore per la moda e il design.

Quest’ultimo periodo mi è servito per mettere in ordine le scelte degli ultimi anni.  Il trasferimento in Italia, la strada da costruire, la lingua che ormai destreggio con coraggio e le strade di questa città, che mi ricordano continuamente chi sono e chi voglio essere.

 Cammino e sorrido, ritorno a respirare, mi sembra di essere nel posto giusto al momento giusto. Ogni passo avanti è accompagnato da una strana sensazione, un piccolo fuoco dentro di me cerca di farsi spazio, come se stesse cercando di dirmi qualcosa, che sul momento non riesco a tradurre. Una sensazione simile ha sempre accompagnato i migliori cambiamenti della mia vita, come quando ho visto svanire sotto un manto di nuvole le curve magnifiche del mio amato paese, su quell’aereo con destinazione Milano.

Qualcosa all’esterno sembra improvvisamente scuotermi, mi sento osservata.  Mentre passo davanti ad un portone intravedo una sagoma di un uomo che sembra guardare nella mia direzione, sono curiosa, c’è qualcosa di tremendamente familiare che mi urla di fermarmi, ma passo oltre. Dopo qualche secondo, mi rendo conto di aver sbagliato strada, torno indietro, come se stessi vivendo uno strano gioco del destino.

Lui è ancora lì, fermo, con una sigaretta tra le labbra, e continua a guardare verso di me.

Questa volta i nostri sguardi si incrociano, sorrido spontaneamente, anche se da sotto questa dannata mascherina non sono sicura lui possa accorgersene.

Il piccolo fuoco di prima si trasforma in una grande fiamma e finalmente riesco a comprendere la sua lingua, mi sussurra timidamente: “E’ lui”.

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F.

Gli ultimi giorni in ufficio li ho passasti alla finestra, una parte di me quasi si è dimenticata dei due fari dell’altro giorno, ma un’altra è come se non riuscisse a smettere di cercarli.

Ho scritto ad un po’ di amici per raccontare dello strano incontro, i soliti commenti, ho venduto un’immagine di me a cui mi sono abituato anche io, forse voglio cambiare davvero.

Non faccio in tempo a rimettermi al pc che mi sento addosso una luce che ormai è quasi diventata abituale, mi sporgo dalla finestra e li riconosco, luce blu, sono loro.  

Questa volta è lei però a cercare il mio sguardo, cammina e non mi toglie gli occhi di dosso, mi spoglia con una certa intimità e non faccio in tempo ad alzare le solite barriere che ormai è già dentro.

Non bussi, entri, corri e mi travolgi.  

Ti abbassi leggermente la mascherina per farmi assaporare il tuo sorriso, anche se mi sarebbero bastati solo i tuoi occhi.  Rimango a guardarti in silenzio, quasi come se le parole potessero rovinare questa magia.

Ora sono sicuro, sei un segno.

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A.

Ho cercato la fiamma nei giorni successivi, ma non sono più riuscita a sentirla, ho ricominciato a lavorare, ho disegnato dei nuovi modelli delineando i confini del mio progetto, ma niente, tanto rumore fuori e il silenzio completo dentro.  

Ho raccontato tutto alla mia coinquilina, abbiamo riso e non credo mi abbia preso molto sul serio, forse non voglio farlo neanche io, ma più continuo a camminare più mi sembra sempre ci sia qualcosa lasciato in sospeso. Un piccolo vuoto che non riesco a colmare con nessun tessuto, nessuno schizzo, nessuna idea.

Mi guardo intorno in cerca di qualcosa e riconosco il palazzo, lo stesso dell’altra volta, ma questa volta davanti al portone non c’è nessuno, nessuna sagoma, nessun uomo.

Leggermente delusa alzo lo sguardo, ed improvvisamente la piccola fiamma torna a bussare alla mia porta.

Lui mi sorride dalla finestra del primo piano, resta in silenzio eppure scatena dentro di me un rumore assordante.

“E’ lui”, questa volta il fuoco grida e io capisco molto bene.

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F.

Chiudo il portatile, mi infilo le scarpe da ginnastica e una tuta e vado a correre.

Ho aspettato tutto il giorno che passasse di nuovo quella luce blu, ma a fine giornata mi sono portato a casa solo un profondo senso di frustrazione, come se mi fossi illuso che fossi davvero pronto per cambiare.

Comincio a far scaldare le suole delle mie nike, faccio partire un brano assordante per coprire i miei pensieri e saltello verso il parco.

Non faccio in tempo ad entrare in sintonia con il ritornello rock che un volto piacevolmente conosciuto mi incrocia all’ingresso. Non è un volto, è il tuo volto, quello che ho cercato per tutto il giorno.

Non posso fare finta di niente, ma ho quasi paura a parlare. Comprendere un segno è facile, ma coglierlo e agire è più complicato di quanto pensassi.

Rimango paralizzato per qualche secondo, forse devo proseguire ed evitare di andare a fondo, ma quegli occhi blu sono di nuovo dentro di me.

“Ci conosciamo?”, riesco a dirti solo queste due parole. Non posso più tornare indietro.

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A.

Oggi corro, non sono più passata davanti a quel palazzo, a quella finestra. La fiamma sembra farsi sentire solo lì, mi fa paura e non sono sicura di riuscire ad affrontarla ora.

Entro nel parco, ma all’ingresso mi scontro con la mia sorte, che sembra aver deciso per me.

E’ lui, questa volta sono io a pensarlo, la fiamma non parla più per me.

Sorrido, di nuovo, sto quasi per ignorare di nuovo questo segno, ma lui questa volta mi parla.

“Ci conosciamo?”, mi chiede.

Ti stavo aspettando, penso mentre gli porgo la mano e gli dico che mi chiamo Anna.

Un pensiero su “Come due fari nel buio

  1. letto un incontro non casuale tra maschile femminile, quindi quasi interiore; e coraggioso il contesto attuale, che può essere rischioso…ma già l’intuizione dell’ipotetico e poi confermato sorriso sotto la maschera è il primo sintomo che il racconto a due voci funzionerà e avrà successo,..
    visto anche del teatro o cinematografo in abbozzo, e altri personaggi che già scalpitano in cerca della loro autrice

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