La Molletta del Bucato

2500 metri di altezza. Sotto di me solo colori, sono proprio belli i colori da quassù: verde, arancione, blu, sfumature di natura che mi sembra di non distinguere più tanto bene. Forse sono solo io che comincio ad avere la vista offuscata, sarà l’adrenalina, sarà questa fottutissima paura di perdere il controllo, sarà la mia voglia di tornare a sognare, sarà che ormai non distinguo più quello che mi passa per la testa. Mi chiedo cosa mi sia venuto in mente, che sia la decisione più azzeccata degli ultimi tempi? O un azzardatissimo passo falso?

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Tutto è cominciato una mattina di un mesetto fa, continuavo a rotolarmi nel letto con movimenti poco armonici, la notte l’avevo passata in bianco. Erano un paio mesi che i miei pensieri assomigliano più ad un flipper fuori controllo, uno di quelli che ormai ha perso il conto di quante volte ha fatto sfrecciare le sfere su e giù, facendole apparire come mine ingovernabili su un campo di battaglia deserto.

Complici le poche ore di sonno, cominciai a stilare un bilancio confuso di tutto quello che avevo intorno, il problema però è che più cercavo di mettere in ordine le colonne del mio file excel celebrale, più il caos prendeva il sopravvento. A quel punto l’unica possibilità rimasta era alzarmi, ho preso le scale e ho spalancato la porta che dà sulla terrazza condominiale, in quel momento la migliore uscita antipanico di salvezza.

Ho guardato giù, decimo piano, capogiri improvvisi, ho quasi perso l’equilibrio – mi sono visto lì a terra e forse è proprio li che mi sentivo di essere precipitato.

Percepisco cucite addosso tele di aspettative, le voci dei miei genitori come un mantra: dovrai studiare mi hanno detto, dovrai trovare un lavoro, essere indipendente, trovare una brava ragazza, sposarla, prenderti cura della tua famiglia. E’ forse è proprio questo che mi fa paura, la fotografia del mulino bianco, questo precostruito trailer della mia vita. Ora che ci penso forse per questo motivo che non sono state poche le volte che ho cercato di ribellarmi a questo schema, qualche eccesso, qualche prova di forza lì fuori.

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Mentre l’aereo prende quota mi pento di non essere rimasto a terra, maledetta quella terrazza, ma non potevo semplicemente accendere Netflix e rilassarmi? Invece no, e ora mi ritrovo su un aeroplano drogato di adrenalina e con un istruttore che mi spiega nel dettaglio come ci butteremo nel vuoto tra qualche minuto, che posizione dovrò adottare, a che altezza apriremo il paracadute e tante altre parole che cerco di memorizzare nel più veloce tempo possibile.

Ho le mani sudate, sento paura ed eccitazione crescere allo stesso tempo, come se saltare giù da questo aereo sia il mio biglietto di sola andata verso qualcosa di diverso.

Ma poi voglio davvero essere diverso?  In fondo sto costruendo quello che mi hanno sempre detto andava costruito, e se non ci fosse niente di diverso laggiù? Se rischiare fosse solo una grandissima illusione?

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Ormai non so più da quanti minuti sto fissando il marciapiede laggiù e la mia sagoma che intravedo da lontano.

“Ahi”

Una molletta si sgancia dai fili del bucato appena sopra di me e mi cade in testa.

Alzo la testa verso l’alto, invece che il marciapiede mi ritrovo faccia a faccia con il cielo. 

Il sole opaco di una mattina di primavera, venticello leggero, e poi le rondini, mi sono sempre chiesto come sarebbe dovuta sembrare la realtà dal loro punto di vista.

Prendo il telefono, non ho proprio voglia di rispondere ai tuoi messaggi. Apro google, digito imparare a volare, e in poco meno di quindici minuti mi ritrovo un messaggio che recita:

“Skydive Explore: grazie per la tua prenotazione, non vediamo l’ora di volare con te”.

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Ci siamo. Abbiamo raggiunto la quota di 3000 mt. Il portellone si apre, mi agganciano come un salame a quello che spero sia il mio angelo custode che mi porterà a terra sano e salvo, e io mi sento più un cotechino piuttosto che una rondine.

Mi affaccio giù, si vede persino il mare, chissà se oggi sarà l’ultimo giorno della mia vita, sto per vomitare.

3, 2……200 battiti al minuto, nemmeno durante l’ultima lezione di crossfit avevo sentito il cuore pulsarmi così in testa

1….cerco di delimitare i confini di questa follia, ma più mi guardo intorno e più mi accorgo che sono proprio i confini che non vedo da qui. Si è davvero una follia.

Via…chiudo gli occhi e ripenso alla molletta del bucato che mi era caduta in testa. 

Mezzo secondo e sto proprio volando. Non esistono confini e in qualche modo non ho più paura.

Forse sono già morto, o forse per la prima volta ricomincio a vivere?

Grido e mi guardo intorno, per la prima volta mi è tutto chiaro, buffo, tutta una questione di prospettiva e di mollette che piovono dal cielo.